A cura di Roberta Paradisi e Tiziana Guidi
Psicologhe psicoterapeute · Cofondatrici ParPai

“Lentamente entra quella nebbia che mi avvolge e che mi fa andare in confusione. Non lo so spiegare, ma non mi sento più padrona dei miei pensieri. Si accalcano, diventano frenetici. E insieme a loro anche il corpo parla, parla con un tono così alto che tutto mi sembra enorme. E poi arriva la paura.”
Angela, 35 anni, nome di fantasia, racconta così un’esperienza che molte persone conoscono bene.
Non sempre arriva con la parola “ansia”. A volte le parole sono altre: testa piena, confusione, corpo che parte prima ancora di aver capito cosa sta succedendo, pensieri che si rincorrono, paura che arriva senza chiedere permesso.
Qualcuno dice: “So che non dovrei agitarmi così, ma in quel momento non riesco più a fermarmi”. Qualcun altro si vergogna, perché da fuori sembra poco.
Ed è proprio qui il punto: da fuori può sembrare poco. Da dentro può sembrare enorme.
Quello che Angela descrive non è la finestra di tolleranza. È ciò che può accadere quando ne usciamo.
Che cos’è la finestra di tolleranza
La finestra di tolleranza è un’immagine usata in psicologia per spiegare una cosa molto concreta: ci sono momenti in cui riusciamo a stare dentro quello che proviamo, anche quando è intenso, e altri in cui quello che proviamo supera la nostra possibilità di reggerlo in quel momento.
Non è una zona di calma perfetta. Questa idea rischia di confondere.
Dentro la finestra di tolleranza possiamo essere agitati, tristi, arrabbiati, spaventati. Possiamo anche avere pensieri difficili. Però restiamo abbastanza presenti. Riusciamo ancora a respirare, parlare, capire dove siamo, chiedere aiuto, scegliere una risposta invece di reagire soltanto.
Quando ne usciamo, qualcosa si restringe.
Il corpo si attiva. Il respiro cambia. I pensieri accelerano. Le emozioni sembrano più grandi di quello che riusciamo a contenere in quel momento.
A volte arriva anche la sensazione di non distinguere bene cosa è reale, cosa è paura, cosa è previsione e cosa è ricordo. Tutto si mescola.
È lì che l’ansia può prendere molto spazio.
L’ansia non è solo “nella testa”
Sull’ansia circola ancora un grande equivoco: l’idea che basti ragionarci sopra.
“Dai, non pensarci.”
“Calmati.”
“Non è successo niente.”
“Stai esagerando.”
Chi vive l’ansia queste frasi le conosce benissimo. E spesso non aiutano. A volte fanno sentire ancora più soli.
Perché l’ansia non è solo un pensiero sbagliato da correggere. Certo, i pensieri ci sono. Corrono, insistono, costruiscono scenari, cercano soluzioni. Ma insieme ai pensieri c’è il corpo. C’è il respiro. C’è il modo in cui interpretiamo un tono di voce, un messaggio non ricevuto, una sensazione fisica improvvisa.
Quando l’attivazione cresce troppo, il sistema interno prova a proteggerci. Solo che lo fa alzando il volume di tutto.
Una piccola incertezza può diventare allarme. Una sensazione al petto può diventare paura. Un silenzio può sembrare rifiuto. Un errore può sembrare la prova definitiva che non siamo capaci.
Chi guarda da fuori vede la reazione. Chi la vive da dentro sente il terremoto.
Tutto diventa troppo
Molte persone, dopo che l’ansia è passata, si dicono: “Ma perché ho reagito così?”. Oppure: “Lo sapevo che non era così grave, però in quel momento non riuscivo a vederlo”.
Nel lavoro clinico, e anche nei racconti quotidiani di chi vive l’ansia, questa frase torna spesso. Non perché la persona non capisca. Ma perché, quando l’attivazione è molto alta, capire non basta sempre a calmarsi.
Quando siamo fuori dalla finestra di tolleranza, non perdiamo intelligenza. Perdiamo spazio interno.
C’è meno spazio per tenere insieme le cose: quello che sento, quello che penso, quello che sta davvero accadendo, quello che potrei fare.
È come se il sistema dovesse scegliere in fretta. Troppo in fretta.
Per questo una parte di noi può sapere che non c’è un pericolo reale, mentre un’altra parte si comporta come se il pericolo fosse già lì. È una delle esperienze più frustranti dell’ansia: capire non basta sempre a calmarsi.
E non basta perché in quel momento non stiamo lavorando solo con un’idea. Stiamo lavorando con uno stato.
Quando la mente corre avanti o torna indietro
Quando l’ansia sale, la mente può andare in due direzioni.
A volte corre in avanti, verso scenari che temiamo: “E se succede qualcosa?”, “E se sbaglio?”, “E se non riesco a gestirlo?”. In psicologia questo movimento viene spesso chiamato rimuginio.
Altre volte torna indietro, su cose già accadute: una frase detta male, una scelta fatta, un errore che continuiamo a ripassare nella testa. Qui siamo più vicini alla ruminazione.
Non serve imparare due parole difficili per forza. Serve però capire il movimento. La mente prova a proteggerci cercando una spiegazione, una previsione, una via d’uscita. Ma se il ritmo diventa troppo veloce, invece di aiutarci ci intrappola.
Perché dare parole aiuta
Dare un nome a quello che succede dentro non risolve tutto, ma cambia qualcosa.
Se penso “sto impazzendo”, avrò paura di me. Se riesco a pensare “mi sto attivando troppo”, ho già una piccola mappa. Se posso dire “sto uscendo dalla mia finestra di tolleranza”, non sono più solo dentro una nebbia indistinta.
La psicoeducazione serve proprio a questo: non a distribuire etichette, ma a costruire mappe.
Una persona che capisce meglio i propri segnali interni può accorgersi prima di quando sta salendo l’attivazione. Può riconoscere che il corpo non la sta tradendo, che i pensieri non sono una prova di pericolo, che le emozioni non sono difetti del carattere.
Questo è uno dei principi su cui nasce ParPai: conoscere gli stati emotivi prima che diventino solo disagio, vergogna o sintomo.
Per questo ParPai sta costruendo strumenti pensati per bambini, adulti, famiglie e professionisti: non strumenti per “aggiustare” le persone, ma per aiutarle a leggere prima ciò che accade dentro, trovare parole più precise e sperimentare gesti di regolazione nella vita quotidiana.
Quando serve una relazione di cura, resta fondamentale. Gli strumenti psicoeducativi possono però rendere più accessibile un primo passaggio: capire cosa sta succedendo.
E spesso questo primo passaggio è già importante.
Riconoscere prima i segnali non elimina l’ansia, ma può aiutarci a non arrivare sempre al punto di rottura.
Cosa può aiutare quando l’ansia sale
Quando l’ansia cresce, viene spontaneo volerla mandare via subito. È comprensibile. Nessuno ama stare dentro quella sensazione.
Però combatterla con forza, a volte, la fa aumentare. È come dire al sistema: “Questa cosa è pericolosa, va eliminata immediatamente”. E il sistema si allarma ancora di più.
Il primo passo può essere più piccolo: accorgersi.
Puoi provare a chiederti che cosa sta succedendo adesso. Il respiro è cambiato? I pensieri stanno correndo? Stai cercando di controllare tutto? Ti stai isolando? Ti aiuterebbe avere qualcuno vicino?
Poi servono cose molto pratiche.
Per qualcuno significa appoggiare bene i piedi a terra e guardare tre oggetti nella stanza. Per altri bere un bicchiere d’acqua, uscire sul balcone, abbassare le notifiche, scrivere due righe su un foglio per svuotare la testa.
A volte significa mandare un messaggio a una persona sicura: “Sono molto agitata, puoi restare un attimo con me?”. Non sempre serve spiegare tutto. A volte serve solo non restare soli nel picco.
Naturalmente non esiste un gesto che vale per tutti. La regolazione si impara anche così: osservando cosa aiuta davvero il proprio sistema a tornare un po’ più presente.
A volte non serve diventare subito calmi. Serve recuperare abbastanza spazio per respirare, orientarsi e scegliere il passo successivo.
Nel Journal ParPai continueremo a esplorare proprio questo: come riconoscere gli stati emotivi prima che diventino troppo grandi e come costruire, un passo alla volta, strumenti di regolazione nella vita quotidiana.
Nel prossimo articolo entreremo nel tema dell’overthinking: quando pensare troppo sembra proteggerci, ma finisce per alimentare l’ansia.
Nota editoriale
Questo articolo è curato da ParPai S.r.l. con finalità informative e psicoeducative, sulla base delle fonti indicate e dell’esperienza clinica. Non sostituisce una valutazione individuale, una diagnosi o un percorso psicologico o psicoterapeutico.
