A cura di Roberta Paradisi e Tiziana Guidi
Psicologhe psicoterapeute · Cofondatrici ParPai

Nell’articolo precedente avevamo descritto una scena.
Un bambino è molto arrabbiato. L’adulto riconosce ciò che sta provando, gli impedisce di colpire e rimane vicino:
«Capisco che sei molto arrabbiato. Non posso permetterti di colpirmi. Rimango qui e troviamo un altro modo.»
L’adulto resta vicino e ferma il gesto. Sono due cose che possono stare insieme.
Partiamo da lì: quello che sta facendo non è soltanto rassicurare, contenere o dare una regola. Sta offrendo al bambino un aiuto temporaneo per attraversare uno stato emotivo che, in quel momento, non riesce ancora a gestire con le proprie risorse. È ciò che chiamiamo co-regolazione emotiva.
Quando «calmati» chiede una capacità che in quel momento non è disponibile
«Calmati» descrive il risultato che l’adulto vorrebbe ottenere, ma non indica al bambino come arrivarci.
Quando l’attivazione è molto intensa, può diventare più difficile fermare un impulso, prestare attenzione a una spiegazione, trovare le parole o utilizzare una strategia imparata in un altro momento. Il bambino può sapere che cosa gli viene chiesto e, nello stesso tempo, non riuscire a farlo.
Succede anche agli adulti. Conoscere una strategia non significa riuscire ad applicarla sempre, soprattutto quando il corpo è già in allarme, la rabbia è salita rapidamente o una situazione è stata vissuta come minacciosa, ingiusta o umiliante.
Per questo, nel momento di massima attivazione, una lunga spiegazione spesso non aiuta. Aggiunge parole proprio quando c’è meno spazio per usarle.
La co-regolazione comincia dal riconoscere questa distanza: il bambino non coincide con il proprio comportamento e non sempre ciò che non riesce a fare in quel momento corrisponde a qualcosa che non vuole fare.
Che cos’è davvero la co-regolazione emotiva
La ricerca descrive la co-regolazione come l’insieme dei processi attraverso cui una persona offre sostegno esterno mentre un’altra attraversa un’esperienza emotiva.
Nel rapporto tra adulto e bambino questo sostegno può assumere forme diverse: modificare l’ambiente, ridurre temporaneamente le richieste, proteggere dal pericolo, usare poche parole, offrire vicinanza, aiutare a riconoscere ciò che sta accadendo oppure riprendere insieme l’episodio quando l’attivazione è diminuita.
Non è un intervento che l’adulto compie su un bambino passivo: è un processo reciproco. L’espressione del bambino modifica lo stato dell’adulto e la risposta dell’adulto modifica ciò che accade al bambino. A volte questa interazione riduce l’attivazione; altre volte la amplifica.
Le ricerche più recenti invitano proprio ad allargare lo sguardo: la regolazione non si sviluppa dentro una persona isolata, ma nelle relazioni e nell’intero sistema familiare. Entrano in gioco le caratteristiche del bambino, le risorse dell’adulto, il rapporto tra le persone che se ne prendono cura, il contesto, la cultura familiare e ciò che è accaduto prima di quel momento.
Regolare non significa far sparire l’emozione
Un bambino può essere ancora arrabbiato e avere iniziato a regolarsi.
Può piangere, protestare o aver bisogno di tempo, senza essere necessariamente fuori controllo. Se misuriamo la regolazione soltanto attraverso il silenzio o l’obbedienza, rischiamo di confonderla con la soppressione dell’emozione.
La rabbia, per esempio, può segnalare un ostacolo, un limite vissuto come ingiusto, una frustrazione o il bisogno di proteggere qualcosa di importante. Il problema non è la presenza della rabbia, ma ciò che può accadere quando l’intensità non trova altre possibilità di espressione e si trasforma immediatamente in un gesto pericoloso.
Dire:
«Puoi essere arrabbiato, ma non puoi colpire»
non significa approvare tutto ciò che il bambino fa. È un modo per distinguere l’emozione dal comportamento.
La co-regolazione tiene insieme entrambe le parti: ciò che provi può essere accolto; ciò che mette in pericolo te o un’altra persona deve essere fermato.
Il corpo dell’adulto conta, ma non è una formula magica
Nella divulgazione si legge spesso che il bambino “prende in prestito il sistema nervoso dell’adulto”. È un’immagine efficace, ma deve restare una metafora.
Durante un’interazione possono esserci forme di coordinazione tra adulto e bambino nel comportamento, nel tono emotivo e anche in alcuni parametri fisiologici. Tuttavia la ricerca sulla sincronia fisiologica mostra risultati complessi: una maggiore sincronia non è sempre positiva e, in alcuni contesti di forte stress, può indicare che adulto e bambino stanno aumentando insieme la propria attivazione. Non esiste quindi un passaggio automatico di calma da un corpo all’altro.
Ciò che conta è che l’adulto riesca a rimanere sufficientemente presente da non lasciare che la propria attivazione organizzi completamente la scena. Non deve essere impassibile né fingere di non essere arrabbiato: deve poter usare ciò che prova senza trasformarlo immediatamente in urla, minacce o azioni che aumentino ulteriormente l’allarme.
A volte co-regolare significa abbassare la voce, altre volte usare un tono fermo. Può voler dire avvicinarsi, ma anche rispettare la richiesta di distanza di un bambino che in quel momento non tollera il contatto. Non esiste un gesto regolativo valido per tutti.
Prima, durante e dopo
La co-regolazione non avviene soltanto nel momento della crisi: comincia prima, quando l’adulto impara a riconoscere ciò che precede l’esplosione. Il bambino parla più velocemente, diventa rigido, non tollera più una richiesta, comincia a interpretare ogni intervento come un rimprovero oppure cerca di allontanarsi.
In quei momenti può essere vicino al limite della propria finestra di tolleranza: accorgersene prima lascia più possibilità di risposta.
Riconoscerlo non significa eliminare ogni frustrazione, ma capire quando una richiesta può ancora essere utilizzata per imparare e quando, invece, sta soltanto aggiungendo attivazione.
Durante il momento più intenso, la priorità diventa ridurre il rischio e non aumentare la confusione. L’adulto può fermare un gesto, allontanare un oggetto, diminuire gli stimoli, parlare meno e rendere chiaro che la relazione non è scomparsa.
Solo dopo arriva il tempo della comprensione: quando entrambi hanno recuperato abbastanza spazio, si può tornare sull’accaduto:
«A un certo punto hai cominciato a stringere i pugni. Che cosa stava succedendo?»
«Quando ti ho detto di spegnere il gioco, ti è sembrato che non avessi capito quanto fosse importante finirlo?»
«La prossima volta, come possiamo accorgercene un po’ prima?»
Il momento successivo non deve trasformarsi in un interrogatorio né costringere il bambino a spiegare subito tutto: serve a ricostruire il passaggio tra ciò che è accaduto, ciò che è stato sentito e ciò che è stato fatto.
È lo stesso movimento descritto nell’articolo sull’educazione emotiva: tornare indietro di pochi secondi per trovare il punto in cui qualcosa ha cominciato a cambiare.
L’adulto non deve riuscirci sempre
Parlare di co-regolazione può produrre un effetto indesiderato: far sentire il genitore responsabile di ogni reazione del figlio. Non è questo che dice la ricerca.
La regolazione emotiva del bambino e quella dell’adulto si influenzano reciprocamente. Le difficoltà del bambino possono aumentare la fatica, l’impotenza e l’attivazione del genitore; la risposta del genitore può, a sua volta, facilitare oppure complicare il recupero del bambino, senza che esista un’unica direzione o un unico responsabile.
Una revisione pubblicata nel 2024 ha trovato un’associazione tra una migliore autoregolazione dei genitori e modalità più supportive di parlare e rispondere alle emozioni. Ma quasi tutti gli studi esaminati erano trasversali: mostrano relazioni tra fenomeni, non autorizzano a concludere che ogni difficoltà del bambino sia causata dall’incapacità del genitore di regolarsi.
Un adulto può perdere la pazienza, alzare la voce o capire troppo tardi ciò che stava succedendo.
Anche ciò che avviene dopo fa parte della regolazione:
«Prima ho urlato. Ero molto arrabbiato, ma non volevo spaventarti. Mi dispiace. Il limite che ti ho dato rimane, però possiamo riparlarne in un altro modo.»
Riparare non cancella ciò che è successo. Mostra che una relazione può attraversare un errore senza dover fingere che non sia accaduto.
Ciò che aiuta il bambino non è un adulto che non sbaglia mai, ma un adulto con cui è possibile, abbastanza spesso, ritrovare un equilibrio dopo che si è rotto.
La co-regolazione cambia con l’età
Non è corretto dire che un bambino sia completamente incapace di calmarsi da solo.
Già nei primi mesi di vita compaiono semplici strategie, come distogliere lo sguardo o cercare una forma di autoconsolazione. Crescendo, aumentano il linguaggio, il controllo attentivo, la possibilità di anticipare ciò che accadrà e il repertorio di strategie disponibili.
Il sostegno dell’adulto, quindi, cambia forma. Con un bambino piccolo è soprattutto immediato: protezione fisica, riduzione degli stimoli, vicinanza e poche parole. Quando il bambino cresce, può diventare una ricerca condivisa dei segnali iniziali e delle strategie che possono funzionare. Nell’adolescenza assume spesso la forma di una preparazione anticipata delle situazioni difficili, del rispetto del bisogno di autonomia, oppure di una rilettura successiva dell’episodio, senza pretendere di entrare immediatamente nello spazio emotivo dell’altro.
La co-regolazione non scompare a un’età precisa. Anche gli adulti si regolano nelle relazioni. Cambiano il grado di dipendenza, il tipo di aiuto e la possibilità di scegliere quando e da chi riceverlo.
Quando lo stesso intervento non funziona per tutti
Età, temperamento, storia relazionale, sonno, stress, capacità linguistiche, profilo sensoriale e funzionamento neuroevolutivo modificano il modo in cui una persona si attiva e ciò che può aiutarla.
Per alcuni bambini neurodivergenti i segnali iniziali possono essere difficili da riconoscere. Un sovraccarico sensoriale, una transizione, un cambiamento inatteso o una richiesta sociale possono accumularsi senza diventare immediatamente visibili. Quando il comportamento esplode, l’attivazione può essere iniziata molto tempo prima.
Non esiste una strategia specifica valida per tutti i bambini neurodivergenti: la co-regolazione richiede osservazione e adattamento, non l’applicazione automatica di una tecnica.
Se un bambino rifiuta il contatto, insistere con un abbraccio non è co-regolare. Per un bambino che cerca informazioni chiare, una presenza silenziosa può non essere sufficiente; uno già sopraffatto dalle parole, invece, può faticare ancora di più davanti a nuove spiegazioni.
La domanda non è soltanto «Qual è la strategia giusta?», ma «Che cosa sta succedendo a questa persona, in questo momento e in questo contesto?».
La co-regolazione non riguarda solo una coppia
Per molto tempo la ricerca si è concentrata soprattutto sul rapporto tra madre e bambino. Gli studi più recenti stanno mostrando la necessità di considerare l’intera rete familiare: padri, altri adulti di riferimento, fratelli, sorelle e relazioni tra chi si prende cura del bambino.
Anche gli adulti hanno bisogno di co-regolazione. A volte la possibilità che una persona intervenga mentre l’altra recupera spazio evita che la situazione continui a intensificarsi. Non è una sconfitta educativa, ma il riconoscimento che nessuno regola sempre tutto da solo.
Questo sguardo riguarda anche la scuola. Un insegnante può diventare temporaneamente una figura di co-regolazione, non sostituendosi alla famiglia, ma offrendo prevedibilità, chiarezza e una relazione sufficientemente stabile dentro un contesto complesso.
Quando è utile chiedere aiuto
Momenti di rabbia, opposizione, chiusura o perdita di controllo fanno parte della crescita e non indicano automaticamente un problema psicologico.
È utile però approfondire quando gli episodi sono molto frequenti o intensi, mettono a rischio il bambino o altre persone, compromettono la vita familiare o scolastica, oppure quando gli adulti sentono di non avere più risorse per affrontarli.
Chiedere un aiuto professionale non serve a trovare chi ha sbagliato, ma a comprendere meglio il funzionamento del bambino, ciò che alimenta l’attivazione e le risorse presenti nel sistema familiare e nei contesti di vita.
Non impariamo a regolarci perché qualcuno ci ordina di farlo
L’educazione emotiva offre parole per riconoscere ciò che accade dentro. La co-regolazione crea lo spazio relazionale in cui quelle parole possono diventare utilizzabili.
Un bambino non impara a regolare la rabbia perché un adulto riesce sempre a calmarlo. Impara attraverso molte esperienze diverse: qualcuno riconosce ciò che sta accadendo, protegge il limite, prova una risposta, a volte sbaglia, torna indietro e ripara.
Con il tempo, una parte di quel sostegno esterno può diventare una capacità interna.
Non accade in linea retta né una volta per tutte, ed è proprio nella ripetizione di queste esperienze che la regolazione smette di essere un ordine e comincia a diventare una possibilità.
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Nota editoriale
Questo articolo è curato da ParPai S.r.l. con finalità informative e psicoeducative, sulla base delle fonti indicate e dell’esperienza clinica. Non sostituisce una valutazione individuale, una diagnosi o un percorso psicologico o psicoterapeutico.
